“Backrooms”, l’horror che cambierà il modo di pensarlo
- Valerio Sbaraglia

- 1 giu
- Tempo di lettura: 4 min
Il 2026 si prevede come un anno ricco di novità cinematografiche e già ne ho assaporate alcune in sala e non finiscono qui. Tra queste, sono stato interessato ad un titolo inaspettato fino a poco tempo fa. Dei miei amici mi hanno parlato di questo film e di una nuova produzione firmata A24, la produzione indipendente statunitense che sta diventando un nome interessante negli ultimi anni con dei titoli notevoli. Per parlare di Backrooms, bisognerebbe immedesimarsi nel contesto pre-film.

Cosa sono? Sono un fenomeno spopolato sul web ed è diventato virale, grazie all’interazione tra utenti su Internet. La forza della rete stessa, è proprio questa: creare interazione in un contesto e di come la navigazione porta a farti scoprire nuove entità e cose di cui non eri minimamente a conoscenza. Le Backrooms si riferiscono ai cosiddetti spazi liminali, quei spazi vuoti ed enormi dove ti senti sperduto e con un senso di nostalgia che ti porta a percepire una certa solitudine e…non sai se ne uscirai vivo, se così vogliamo metterla. Un fenomeno virale su Internet che ha acquisito sulla pagina Reddit circa 500 mila followers interessati all’argomento e per arrivare nel 2022 con la persona di Kane Parsons, regista di questo film, a creare una serie di cortometraggi pubblicati su YouTube che hanno raggiunto quasi 80 milioni di visualizzazioni in quattro anni di pubblicazione (dato di riferimento del primo video), usando filtri VHS, filmati live-action e ausilio del software Blender, per realizzazioni di tecniche 3D ed effetti visivi. Questo fenomeno si è altamente allargato con questo corto, riuscendo a conquistare l’attenzione di persone che dimesticano con il web e coinvolgendo soprattutto il pubblico considerato nativo digitale, tra cui il regista stesso. Non vorrei esplicitare tanto sulla trama, perché qui sarebbe meglio affrontare il contesto. Per chi ha seguito la serie di corti su YouTube (effettivamente lo consiglierei), c’è una relazione con i vari elementi affrontati e usando la stessa tecnica, con questa ripresa stile VHS anni ’90 che caratterizza e rende inimitabile lo stile registico di Parsons. Forse una motivazione storica non c’è, a mio parere, ma questa modalità permette di contraddistinguersi. Mi piace, è attraente. Il contesto ce l’abbiamo e con un minimo di storyboard realizzato su due personaggi, Clark (Chiwetel Ejiofor) e Mary (Renate Reinsve). Loro due attraversano le backrooms che si scoprono e viene tutto registrato e vissuto dai personaggi principali. Immensi spazi vuoti, enormi, senza nessuno e niente e quando meno te lo aspetti, qualche buco, spazio, vicolo, passaggi e…robe. Varie. Si, delle robe. Che siano di un supermercato, di una strada, di un negozio…può avere tutto un significato. Forse su noi e su quello che siamo, soprattutto come popolo occidentale. Pieni di cose e vuoti nel vivere. Le backrooms possono rappresentarci in questo. Kane Parsons, a soli 20 anni, riesce

a realizzare il film per cui è diventato celebre sulla rete con i suoi corti. Non è un seguito dei suoi video, menomale, ma realizza un horror unico nel suo genere. La regia è conforme nello stile horror psicologico, in stile analogico e nel rappresentare ogni forma bizzarra subconscia di una realtà che sovrasta in tutti i sensi. Potete crederci o no, ma puó essere l’emblema del nostro io e di come il vortice che ci divora viene esteticamente figurato da queste immense stanze vuote, con quella carta da parati inguardabile, la muffa e le luci alogene che risuonano nello spazio. È un film inquietante ma non spaventoso e si percepisce sempre per tutta la durata del film questa sensazione. Will Soodik scrive una buona sceneggiatura sui soggetti di Parsons che racchiude l’etica delle backrooms in una vicenda che non annoia e ti intrattiene nel senso dell’angoscia e per una produzione dietro incredibile e numerosa di persone che hanno dato spazio a questo ragazzo che diventa regista cinematografico, provenendo dal mondo di Internet con uno stile da web series da adattare al grande schermo e portando in sala l’interesse di un’intera generazione. Tra i produttori sottolineo Shawn Levy (regista e ideatore della saga di Una notte al museo). Parsons è stato bravo con questa sua prima opera perché, grazie alla sua fantastica regia, è riuscito a farmi riflettere e a mettermi inquietudine in uno spazio dove l’essere umano se ci si ritrova, rischia di non uscirne più fuori, o forse…all’umano stesso piace stare in quello stato. Per convenienza, per distrarsi, per comodità e per, senza accorgersene, ritrovarsi nel vortice maledetto del blocco totale nel proseguire in una vita dignitosa e nel vivere vero e proprio. Una certa ripresa verticalizzata racchiude il processo descritto. Fotografia attraente, colonna sonora che ti coinvolge e aiuta molto nel corso delle scene. Montaggio congruo all'andamento degli eventi. Backrooms è un fenomeno che, alla fine, riguarda il mondo di oggi, riguarda molti di noi e di come, se non stiamo attenti, a trovarci a combattere con i nostri demoni in questa realtà fittizia che sopravviene sulla nostra esistenza. Ancora, Parsons riesce ad essere maestoso con questo!




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