Il diavolo veste Prada: confronto tra il primo e il sequel
- Valerio Sbaraglia

- 12 mag
- Tempo di lettura: 5 min
Se per alcuni trends sui social ci hanno indicato come il 2026 sia un anno di nostalgia, riproponendo le usanze di dieci anni fa, il cinema hollywoodiano lo fa andando indietro di altri dieci. Non so dare una definizione precisa perché Il diavolo veste Prada piaccia così tanto, me compreso e le motivazioni potrebbero essere molteplici. In quest’articolo proporró le mie recensioni sul primo e sul secondo titolo e risaltando come tra i due titoli si ritrovano elementi comuni.
Il diavolo veste Prada (2006)
Il diavolo veste Prada, anno 2006, racconta di Andrea “Andy” Sachs (Anne Hathaway) che cerca il suo primo impiego ed arriva a Runway, la rivista di moda più importante di tutte, dove l’ambiente lavorativo risulta altamente frenetico e dove la flessibilità è un punto focale del lavoro prestato. Qui citerei una famosa battuta: “Milioni di ragazze si ucciderebbero per avere quel posto!”. Il posto in questione è affiancarsi alla direttrice Miranda Priestley (Meryl Streep). Andy, accompagnata da Emily (Emily Blunt), la prima assistente di Miranda, comprende come in quell’ambiente specifico bisogna apparire che essere e non conta nient’altro. Un altro personaggio sarà da aiutante principale nei confronti di Andy ed è Nigel (Stanley Tucci), che si considera il vero lavoratore all’interno del magazine. Lavoreranno insieme e tra commissioni, servizi e assistenza fissa per Miranda, Andy si addentra nel mondo della moda e nel giro degli eventi riguardanti, ma implica delle scelte da fare al costo di sacrificare il rapporto che avevi con la propria cerchia di persone prima di indossare un paio di Jimmy Choo. Il primo titolo diretto da David Frankel e scritto da Aline Brosh McKenna, tratto dall’omonimo romanzo di Lauren Weisberger, è un film che con il tempo è diventato un cult della commedia statunitense e, come dicevo prima, c’è un qualche

cosa che ci fa piacere una vicenda che, non è da Oscar, però ti fa amare e odiare tutti i protagonisti e le scene composte. Sarà il mondo della moda che ci affascina, i personaggi in sé, le inquadrature proporzionate e coerenti alla storia oppure l’immaginazione di un sogno di una vita così: flessibile, in viaggio ma disposta a sacrificare parte di ciò che avevi costruito e di questo Andy ne terrà conto alla fine. Vedere e rivedere questo film per me è sempre un piacere immenso, perché è una vicenda che mi coinvolge sempre e grazie alle buone interpretazioni di tutti i protagonisti, con una Anne Hathaway agli inizi della sua carriera che interpreta una ragazza innocente ed equilibrata a livello interpretativo, ma con l’esperienza che fa ottiene una grande lezione; stessa cosa per Emily Blunt; per una Meryl Streep ineguagliabile a nessun’altra e uno Stanley Tucci, indispensabile soprattutto per la protagonista. La regia e sceneggiatura sono così ben amalgamate che riescono a costruire una vicenda pienamente coinvolgente.
Il diavolo veste Prada 2 (2026)
Il diavolo veste Prada 2 è il titolo a cui non pensavamo minimamente, ma che avevamo bisogno per riproporre uno stile di commedia e una vicenda a cui eravamo affezionati. Datemi una spiegazione dei 433 milioni di dollari d'incasso in tutto il mondo, finora. Forse non siamo completamente stupidi! Sarà un effetto nostalgia che ci piace, oppure è stato un progetto hollywoodiano vero e proprio di riproporre la vicenda di Runway e personaggi ormai diventati storici nel panorama del cinema internazionale. Entrato in sala, ero curioso di vedere come avrebbero proposto un sequel del primo titolo di vent’anni fa e…devo dire che mi ha fatto anche divertire. L’incipit è nello stesso stile del primo, o forse troppo velocizzato che ti immedesima subito nello stile di vita newyorkese, come dovrebbe (anche se a me così non piace). Andy Sachs ha fatto carriera come giornalista, ma insieme alla sua redazione viene licenziata e soltanto un’entità riuscirà a risollevarla: Runway. Quindi Andy

ritornerà al posto di lavoro di vent’anni fa, così da ritrovare persone conosciute e persone nuove. L’impatto immediato con Miranda, che sembra non ricordarsi minimamente della sua “Emily” e di Nigel, che assume un ruolo più rilevante in questa vicenda rispetto alla prima e personalmente mi ha fatto molto piacere, perché Stanley Tucci meriterebbe più visibilità. Lui non si era dimenticato di Andrea che, in quest’occasione, ha il compito di far recuperare l’ottima reputazione di Runway dopo uno scandalo, pubblicando i suoi articoli e con l’obiettivo di raggiungere…i click necessari. Il ritrovo con Emily, che lavora per Dior, è l’incontro più atteso di quello con Miranda, perché tra i due resta la solita divergenza però con una cosa in comune: hanno fatto carriera entrambe. Andy torna alla carica all’interno del suo vecchio contesto lavorativo e va da una sfilata all’altra, da un evento all’altro e per arrivare a Milano, dove si scoprirà lo scoop di questa vicenda e con qualche sorpresa.
David Frankel alla regia (lo stesso del primo) è migliorato come regista, sfruttando l’evoluzione nella tipologia di ripresa e migliorare pienamente le proprie capacità registiche tali da rendere due ore di film per nulla noiose, ma pienamente coinvolgenti e riprovando la sensazione della vicenda che già conoscevamo, ancora più entusiasmante. Aline Brosh McKenna (la stessa del primo) alla sceneggiatura risulta per nulla sproporzionata e continua a lavorare con la stessa modalità. Alla fine, la sensazione risulta essere la stessa e per certi versi, penso che più di questo non si può fare. Mi sono divertito grazie alle battute di tutti i personaggi maggiormente rilevanti in questa vicenda, sempre tratta dal seguito della

Weisberger e facendo continuare così la storia di Runway che mai avrei immaginato ci interessasse così tanto. Sono due ore di spensieratezza, pura commedia e neanche troppa frenesia, come si prospettava all’inizio. In vent’anni il mondo della moda è cambiato di molto: c’è crisi, la società è diversa, ci sono i social, c’è una concezione di fashion style molto differente e c’è la critica sui gruppi editoriali che si costituiscono come imprese e si pensa a usare il settore della moda solamente per questioni finanziarie e basta. Manca lo scoop, la ricerca, l’arte, la manifatturiera…il succo di quel settore.
Il diavolo veste Prada 2 si conferma uno dei film maggiormente rilevanti dell’anno e riportando gli stessi stili e interpretazioni del titolo di vent’anni fa e, a mio parere, consiglio un recupero del capitolo precedente. Dico che mi piace così, per la sua semplicità nel riportare sul grande schermo una storia che ci fa appartenere a questo settore che si chiama moda e del giro presente all’interno, di persone e azioni che creano e diffondono uno stile puramente artistico e non attaccato solamente al lato finanziario. Meryl Streep si conferma capace nel ritrovare un’interpretazione sublime come quella di indossare nuovamente i panni della Priestley e mai risultando sproporzionata; Anne Hathaway e Emily Blunt maturate nel loro personaggio e capacità interpretativa e uno Stanley Tucci più presente.
Vederlo per alleggerirsi, vederlo per sentirsi parte di loro e in questo funziona sempre! Tutti vogliono essere noi, come le disse a Parigi Miranda ad Andrea nella scena più bella e intensa del primo capitolo.




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