Si grida al patriarca bloccato, si tace sulla strage di bambini
- Ettore Ceccuti

- 1 apr
- Tempo di lettura: 2 min
Aggiornamento: 9 apr
GERUSALEMME: La Città Santa, oggi segnata dai detriti dei missili balistici iraniani e dal suono incessante delle sirene, è al centro di un delicato caso diplomatico.

Il blocco dell’accesso alla Basilica del Santo Sepolcro imposto al Patriarca Latino, il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, ha innescato proteste ufficiali da parte della Santa Sede e si grida al patriarca si tace sulla strage di bambini del Governo italiano. Tuttavia, dietro le tensioni formali si intravede una realtà più complessa: una Gerusalemme in cui le misure di sicurezza non fanno distinzioni di fede.
Una città blindata
Da inizio marzo 2026; in seguito all’inasprimento del conflitto con l’Iran, la Città Vecchia è diventata una “zona rossa” sotto il rigido controllo del Comando del Fronte Interno israeliano. I luoghi di culto sono stati chiusi e gli assembramenti limitati a un massimo di 50 persone, a condizione che vi sia un rifugio antiaereo nelle immediate vicinanze. Queste restrizioni colpiscono indistintamente ogni comunità: la Moschea di Al-Aqsa è rimasta deserta anche durante la preghiera del venerdì, le sinagoghe prive di protezione sono state serrate e il Muro del Pianto, solitamente gremito, è ora sorvegliato solo dai droni dell’IDF.
L’incidente del 29 marzo

Il caso Pizzaballa nasce proprio dal corto circuito tra esigenze religiose e priorità militari. Nonostante il Patriarca e il Custode del Santo Sepolcro, padre Francesco Ielpo, si fossero presentati in forma privata, le forze di polizia hanno impedito loro l’ingresso. La ragione è puramente tecnica: l’intera area del Santo Sepolcro è stata dichiarata “Zona militare chiusa”. In un contesto in cui i detriti dei missili hanno già colpito tetti e cortili della Città Vecchia, la tutela delle vite umane e l'integrità dei siti storici hanno assunto la priorità assoluta, scavalcando consuetudini religiose e prerogative diplomatiche.
Il paradosso diplomatico
Da un lato, la Santa Sede e diversi Paesi europei denunciano la violazione dello “Status Quo”. Dall’altro, le autorità israeliane difendono una linea di rigore totale. Mentre le istituzioni si mobilitano per l'incidente che ha coinvolto l'autorità religiosa, l’opinione pubblica appare divisa: molti sottolineano la sproporzione tra l’attenzione riservata a questo singolo episodio e la gravità della crisi umanitaria che colpisce la popolazione civile in Palestina.

In una Gerusalemme dove il conflitto non risparmia alcun simbolo, la sicurezza sembra essere diventata l’unica legge universale, indipendentemente dall’identità o dall’appartenenza religiosa




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