Perché il mondo ignora la devastazione del sud del Libano?
- Ettore Ceccuti

- 22 apr
- Tempo di lettura: 2 min

Mentre la diplomazia internazionale si concentra su fragili tregue di dieci giorni e complessi equilibri geopolitici, nel Sud del Libano è in corso un “domicidio di massa”. Accanto ai crateri lasciati dai bombardamenti, avanzano mezzi pesanti con il compito di condurre demolizioni sistematiche e operazioni di sgombero.
È una trasformazione che molti osservatori descrivono con un termine che sta guadagnando sempre più terreno per descrivere situazioni come questa: domicidio, ovvero la distruzione deliberata della casa intesa non solo come struttura fisica, ma come pilastro dell'identità e dell'appartenenza di un popolo.
La logica della terra di nessuno
Le operazioni dell’esercito israeliano lungo la “Blue Line” sembrano aver superato la logica del solo colpo mirato contro le infrastrutture militari di Hezbollah. Le immagini satellitari e i video circolati sui social media documentano un processo più sistematico di modifica del territorio, fatto di abbattimenti controllati e spianamenti di vaste aree.
Località come Aita al-Shaab, Mays al-Jabal, Muhaybib e Naqoura risultano in larga parte devastate. Sebbene l'obiettivo dichiarato sia quello di garantire la sicurezza del nord di Israele eliminando minacce a ridosso del confine, l'effetto sul campo è la progressiva cancellazione di interi centri abitati.
Sul piano del diritto internazionale, questa dinamica solleva interrogativi urgenti: quando la distruzione di beni civili diventa la norma piuttosto che l'eccezione, i principi di proporzionalità e distinzione tra obiettivi militari e civili appaiono drammaticamente compromessi.
Distruzione materiale e danno ambientale

I rapporti di Amnesty International delineano un quadro estremamente grave. Ad Aita al-Shaab, per esempio, una quota altissima delle strutture civili è stata rasa al suolo. Inoltre le operazioni di demolizione non si limitano alle abitazioni, ma anche a cisterne d’acqua, reti elettriche e scuole.
Alla devastazione urbana si somma un impatto ambientale a lungo termine. L’uso di fosforo bianco e gli incendi hanno colpito in modo critico gli uliveti secolari e le aree agricole, cuore dell’economia locale. In questo senso, molti esperti parlano non solo di danno collaterale, ma di una forma di ecocidio: un colpo profondo all’ecosistema che recide il legame vitale tra la popolazione e la propria terra.
Due nazioni, due pesi differenti

Il governo libanese, pur in una condizione di estrema fragilità politica ed economica, denuncia queste operazioni come una violazione della sovranità nazionale e un atto che indebolisce ulteriormente le istituzioni statali.
Parallelamente, nel dibattito pubblico cresce il sentimento del doppio standard internazionale.
Si diffonde la percezione che la comunità globale non applichi lo stesso rigore nel condannare le distruzioni urbane in Libano rispetto a quanto avviene in altri contesti, basta pensare alla guerra in Ucraina. Questa asimmetria nella risposta diplomatica non solo alimenta rabbia locale, ma mina la fiducia nelle istituzioni internazionali, con potenziali ripercussioni sulla stabilità futura dell’intera regione.
Una ferita che resta aperta
Il termine "domicidio" descrive una ferita che va oltre la dimensione bellica. Quando si distrugge sistematicamente un villaggio di confine, non si neutralizza solo una potenziale minaccia operativa; si interrompe un legame umano e sociale con il territorio.
Nel Sud del Libano, la distruzione riguarda il futuro stesso delle comunità.




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