top of page

Cerca nel sito

Search this site

104 risultati trovati con una ricerca vuota

  • Si può costruire nella realtà uno Star Destroyer?

    Vi siete mai chiesti se fosse possibile costruire uno Star Destroyer con la nostra tecnologia attuale? La risposta breve è: no, ma se scendiamo nei dettagli, scopriamo che siamo più vicini di quanto sembri ma a patto di scendere a grossi compromessi. Il Venator-class Star Destroyer è una delle navi più iconiche delle Guerre dei Cloni. Lungo 1.137 metri, fungeva da incrociatore pesante e portaerei. Poteva imbarcare un massimo di 7400 soldati clone e circa 500 piloti, poteva trasportare fino a 420 caccia caccia stellari, solitamente ARC-170, V-Wing e Eta-2; circa 40 cannoniere LAAT e 25 mezzi da combattimento terrestre come AT-TE, AT-RT e AT-TO. Inoltre la nave era alimentata da 2 motori principali a ioni DBY-827 a Iperguida e da 4 motori secondari, sempre a ioni. Come armamenti disponeva di 8 cannoni turbolaser pesanti e 2 cannoni laser a lunga gittata; disponeva inoltre di 52 cannoni laser difensivi anti-caccia e 4 lanciamissili torpedo e di uno scudo deflettore avanzato per proteggere lo scafo da attacchi diretti. Cosa possiamo fare oggi? purtroppo al giorno d'oggi non disponiamo delle tecnologie adatte per creare una nave uguale con le stesse caratteristiche, alcune molto difficili da riprodurre come i cannoni turbolaser, un generatore di gravità e dei propulsori a ioni alimentati da Coassio; ma se eliminiamo queste caratteristiche allora potrebbe risultare fattibile. Inoltre c'è da considerare che realizzare una nave cosi grande richiederebbe enormi investimenti, pensate che secondo uno studio del 2016 costruire uno star destroyer richiederebbe circa 630 miliardi di dollari, per fortuna rientra nel nostro budget considerando che nel 2023 gli USA hanno speso 900 miliardi di dollari per spese militari 2. Struttura e Materiali L'acciaio inossidabile è troppo pesante. Per un Venator reale useremmo leghe di alluminio-litio, come nei serbatoi SpaceX, o materiali compositi in carbonio. Per la protezione dai micrometeoriti, non avendo scudi energetici, dovremmo usare lo Scudo di Whipple: strati multipli di metallo distanziati che frammentano l'impatto prima che tocchi lo scafo principale. 3. Propulsione I motori a ioni esistono già, ma hanno una spinta minuscola, ideale per piccoli satelliti. Per muovere milioni di tonnellate servirebbe la Propulsione Nucleare Termica (NTP) o, ancora meglio, la Propulsione Nucleare a Impulsi, il progetto Orion, che usa micro-esplosioni atomiche per spingere la nave. Ma quindi quanto saremo veloci? Potremmo arrivare su Marte in pochi mesi, ma dimentichiamoci l'iperspazio. 4. Armamento I turbolaser non esistono, ma i laser a stato solido della Marina USA sì, vengono usati principalmente per abbattere droni. Per l'attacco pesante, le Railgun, dei cannoni elettromagnetici, sono perfette: sparano proiettili a Mach 7. Il problema è l'usura dei binari e l'energia immensa richiesta. Le sfide insormontabili per ora sarebbero: Gravità Artificiale: Non esistono generatori di gravità. Senza di essi, l'equipaggio perderebbe massa muscolare in pochi mesi. Gestione del Calore: Nello spazio una nave con reattori nucleari e migliaia di persone "friggerebbe" in pochi minuti. Per il raffreddamento servirebbero enormi pannelli a metallo liquido: sodio o ammoniaca. Cantiere Orbitale: Non si può lanciare uno stato destroyer dalla Terra poiché si spezzerebbe sotto il suo peso. Dovremmo estrarre i materiali dagli asteroidi o dalla Luna per costruirlo direttamente in orbita, o in alternativa trasportare i materiali dalla terra ma con dei costi esorbitanti. Ma ne varrebbe davvero la pena? Sotto il profilo strategico attuale, la risposta è un no. Sebbene la nostra tecnologia permetta di progettarne una versione semplificata, un Venator sarebbe oggi un "gigante dai piedi d'argilla". Sarebbe troppo costoso da costruire, impossibile da nascondere ai sensori nemici e paradossalmente vulnerabile: un singolo missile economico potrebbe distruggere un investimento da trilioni di dollari. Nella guerra spaziale moderna, una flotta di piccoli droni automatizzati e invisibili sarebbe infinitamente più efficace di una singola nave colossale. Lo Star Destroyer rimane quindi un capolavoro d'ingegneria teorica e un sogno per ogni appassionato, ma finché non diventeremo una civiltà multi-planetaria con risorse quasi illimitate, la sua casa resterà quella dove è nato: il grande schermo. Gravità Artificiale: Non esistono generatori di gravità. Senza di essi, l'equipaggio perderebbe massa muscolare in pochi mesi. Gestione del Calore: Nello spazio una nave con reattori nucleari e migliaia di persone "friggerebbe" in pochi minuti. Per il raffreddamento servirebbero enormi pannelli a metallo liquido: sodio o ammoniaca. Cantiere Orbitale: Non si può lanciare uno stato destroyer dalla Terra poiché si spezzerebbe sotto il suo peso. Dovremmo estrarre i materiali dagli asteroidi o dalla Luna per costruirlo direttamente in orbita, o in alternativa trasportare i materiali dalla terra ma con dei costi esorbitanti. Ma ne varrebbe davvero la pena? Sotto il profilo strategico attuale, la risposta è un no. Sebbene la nostra tecnologia permetta di progettarne una versione semplificata, un Venator sarebbe oggi un "gigante dai piedi d'argilla". Sarebbe troppo costoso da costruire, impossibile da nascondere ai sensori nemici e paradossalmente vulnerabile: un singolo missile economico potrebbe distruggere un investimento da trilioni di dollari. Nella guerra spaziale moderna, una flotta di piccoli droni automatizzati e invisibili sarebbe infinitamente più efficace di una singola nave colossale. Lo Star Destroyer rimane quindi un capolavoro d'ingegneria teorica e un sogno per ogni appassionato, ma finché non diventeremo una civiltà multi-planetaria con risorse quasi illimitate, la sua casa resterà quella dove è nato: il grande schermo.

  • Il diavolo veste Prada: confronto tra il primo e il sequel

    Se per alcuni trends sui social ci hanno indicato come il 2026 sia un anno di nostalgia, riproponendo le usanze di dieci anni fa, il cinema hollywoodiano lo fa andando indietro di altri dieci. Non so dare una definizione precisa perché Il diavolo veste Prada piaccia così tanto, me compreso e le motivazioni potrebbero essere molteplici. In quest’articolo proporró le mie recensioni sul primo e sul secondo titolo e risaltando come tra i due titoli si ritrovano elementi comuni. Il diavolo veste Prada (2006) Il diavolo veste Prada, anno 2006, racconta di Andrea “Andy” Sachs (Anne Hathaway) che cerca il suo primo impiego ed arriva a Runway, la rivista di moda più importante di tutte, dove l’ambiente lavorativo risulta altamente frenetico e dove la flessibilità è un punto focale del lavoro prestato. Qui citerei una famosa battuta: “Milioni di ragazze si ucciderebbero per avere quel posto!”. Il posto in questione è affiancarsi alla direttrice Miranda Priestley (Meryl Streep). Andy, accompagnata da Emily (Emily Blunt), la prima assistente di Miranda, comprende come in quell’ambiente specifico bisogna apparire che essere e non conta nient’altro. Un altro personaggio sarà da aiutante principale nei confronti di Andy ed è Nigel (Stanley Tucci), che si considera il vero lavoratore all’interno del magazine. Lavoreranno insieme e tra commissioni, servizi e assistenza fissa per Miranda, Andy si addentra nel mondo della moda e nel giro degli eventi riguardanti, ma implica delle scelte da fare al costo di sacrificare il rapporto che avevi con la propria cerchia di persone prima di indossare un paio di Jimmy Choo. Il primo titolo diretto da David Frankel e scritto da Aline Brosh McKenna, tratto dall’omonimo romanzo di Lauren Weisberger, è un film che con il tempo è diventato un cult della commedia statunitense e, come dicevo prima, c’è un qualche cosa che ci fa piacere una vicenda che, non è da Oscar, però ti fa amare e odiare tutti i protagonisti e le scene composte. Sarà il mondo della moda che ci affascina, i personaggi in sé, le inquadrature proporzionate e coerenti alla storia oppure l’immaginazione di un sogno di una vita così: flessibile, in viaggio ma disposta a sacrificare parte di ciò che avevi costruito e di questo Andy ne terrà conto alla fine. Vedere e rivedere questo film per me è sempre un piacere immenso, perché è una vicenda che mi coinvolge sempre e grazie alle buone interpretazioni di tutti i protagonisti, con una Anne Hathaway agli inizi della sua carriera che interpreta una ragazza innocente ed equilibrata a livello interpretativo, ma con l’esperienza che fa ottiene una grande lezione; stessa cosa per Emily Blunt; per una Meryl Streep ineguagliabile a nessun’altra e uno Stanley Tucci, indispensabile soprattutto per la protagonista. La regia e sceneggiatura sono così ben amalgamate che riescono a costruire una vicenda pienamente coinvolgente. Il diavolo veste Prada 2 (2026) Il diavolo veste Prada 2 è il titolo a cui non pensavamo minimamente, ma che avevamo bisogno per riproporre uno stile di commedia e una vicenda a cui eravamo affezionati. Datemi una spiegazione dei 433 milioni di dollari d'incasso in tutto il mondo, finora. Forse non siamo completamente stupidi! Sarà un effetto nostalgia che ci piace, oppure è stato un progetto hollywoodiano vero e proprio di riproporre la vicenda di Runway e personaggi ormai diventati storici nel panorama del cinema internazionale. Entrato in sala, ero curioso di vedere come avrebbero proposto un sequel del primo titolo di vent’anni fa e…devo dire che mi ha fatto anche divertire. L’incipit è nello stesso stile del primo, o forse troppo velocizzato che ti immedesima subito nello stile di vita newyorkese, come dovrebbe (anche se a me così non piace). Andy Sachs ha fatto carriera come giornalista, ma insieme alla sua redazione viene licenziata e soltanto un’entità riuscirà a risollevarla: Runway. Quindi Andy ritornerà al posto di lavoro di vent’anni fa, così da ritrovare persone conosciute e persone nuove. L’impatto immediato con Miranda, che sembra non ricordarsi minimamente della sua “Emily” e di Nigel, che assume un ruolo più rilevante in questa vicenda rispetto alla prima e personalmente mi ha fatto molto piacere, perché Stanley Tucci meriterebbe più visibilità. Lui non si era dimenticato di Andrea che, in quest’occasione, ha il compito di far recuperare l’ottima reputazione di Runway dopo uno scandalo, pubblicando i suoi articoli e con l’obiettivo di raggiungere…i click necessari. Il ritrovo con Emily, che lavora per Dior, è l’incontro più atteso di quello con Miranda, perché tra i due resta la solita divergenza però con una cosa in comune: hanno fatto carriera entrambe. Andy torna alla carica all’interno del suo vecchio contesto lavorativo e va da una sfilata all’altra, da un evento all’altro e per arrivare a Milano, dove si scoprirà lo scoop di questa vicenda e con qualche sorpresa. David Frankel alla regia (lo stesso del primo) è migliorato come regista, sfruttando l’evoluzione nella tipologia di ripresa e migliorare pienamente le proprie capacità registiche tali da rendere due ore di film per nulla noiose, ma pienamente coinvolgenti e riprovando la sensazione della vicenda che già conoscevamo, ancora più entusiasmante. Aline Brosh McKenna (la stessa del primo) alla sceneggiatura risulta per nulla sproporzionata e continua a lavorare con la stessa modalità. Alla fine, la sensazione risulta essere la stessa e per certi versi, penso che più di questo non si può fare. Mi sono divertito grazie alle battute di tutti i personaggi maggiormente rilevanti in questa vicenda, sempre tratta dal seguito della Weisberger e facendo continuare così la storia di Runway che mai avrei immaginato ci interessasse così tanto. Sono due ore di spensieratezza, pura commedia e neanche troppa frenesia, come si prospettava all’inizio. In vent’anni il mondo della moda è cambiato di molto: c’è crisi, la società è diversa, ci sono i social, c’è una concezione di fashion style molto differente e c’è la critica sui gruppi editoriali che si costituiscono come imprese e si pensa a usare il settore della moda solamente per questioni finanziarie e basta. Manca lo scoop, la ricerca, l’arte, la manifatturiera…il succo di quel settore. Il diavolo veste Prada 2 si conferma uno dei film maggiormente rilevanti dell’anno e riportando gli stessi stili e interpretazioni del titolo di vent’anni fa e, a mio parere, consiglio un recupero del capitolo precedente. Dico che mi piace così, per la sua semplicità nel riportare sul grande schermo una storia che ci fa appartenere a questo settore che si chiama moda e del giro presente all’interno, di persone e azioni che creano e diffondono uno stile puramente artistico e non attaccato solamente al lato finanziario. Meryl Streep si conferma capace nel ritrovare un’interpretazione sublime come quella di indossare nuovamente i panni della Priestley e mai risultando sproporzionata; Anne Hathaway e Emily Blunt maturate nel loro personaggio e capacità interpretativa e uno Stanley Tucci più presente. Vederlo per alleggerirsi, vederlo per sentirsi parte di loro e in questo funziona sempre! Tutti vogliono essere noi, come le disse a Parigi Miranda ad Andrea nella scena più bella e intensa del primo capitolo.

  • Il 25 aprile appartiene a chi resiste all’oppressione, non a chi la incarna

    Il 25 aprile, giorno della commemorazione della liberazione dell’Italia dall’occupazione della Germania nazista; è al centro di una disputa: la presenza della Brigata Ebraica alla manifestazione. Oggi, questa presenza non viene più associata a un’unità militare che liberò l’Italia, ma a una nazione che sta conducendo un “offensiva” che ha superato ogni limite umano. l fulcro della critica antisionista denuncia l'incoerenza brutale del presente: esiste un paradosso intollerabile nel manifestare contro l'occupazione nazi-fascista sventolando gli stessi simboli di un esercito che sta commettendo un genocidio di massa e indicibili crimini contro l’umanità. Mentre l’Italia ricorda il valore della libertà, l'esercito israeliano esporta morte e terrore in tutto il Medio Oriente. L’esercito Israeliano commette atrocità ovunque la dottrina della supremazia loro supremazia militare decida di colpire. Dai bombardamenti indiscriminati sui civili, alle torture documentate all’interno dei centri di detenzione. Per i movimenti pro-Palestina e per chiunque rifiuti la logica dell'oppressione, quella bandiera ha cambiato significato: non evoca più il coraggio dei partigiani, ma il peso dei carri armati che schiacciano un popolo ridotto alla fame e allo stremo. Allontanare i manifestanti Ebrei dalle piazze non è un segnale di “antisemitismo”, ma una pretesa di coerenza: non si può onorare la fine del fascismo e contemporaneamente tollerare i simboli di un'ideologia coloniale e razzista che sottomette brutalmente i popoli di una regione. Accettare la Brigata nei cortei equivarrebbe a cedere al "memory-washing", permettendo che il prestigio della lotta al nazismo venga usato per normalizzare un presente fatto di quartieri rasi al suolo, ospedali bombardati e migliaia di bambini uccisi. Il 25 aprile appartiene a chi resiste all'oppressore, non a chi lo incarna. Contestare quella presenza è un atto di resistenza moderna, un rifiuto categorico di celebrare la libertà tra i nostri confini mentre si legittima una delle oppressioni più feroci e sanguinarie del nostro secolo.

  • Attentato al presidente Donald Trump

    Sono le 20:36 del 25 aprile 2026 quando nell'hotel Hilton di Washington si sentono 4 colpi di arma da fuoco, dopo alcuni secondi interrompono la cena del presidente gli agenti dei Servizi Segreti a protezione del presidente che viene subito messo in sicurezza insieme al vicepresidente JD Vance. Il bilancio 2 feriti: un giovane agente dei Servizi Segreti e l'attentatore Cole Tomas Allen Il riassunto

  • Perché il mondo ignora la devastazione del sud del Libano?

    Mentre la diplomazia internazionale si concentra su fragili tregue di dieci giorni e complessi equilibri geopolitici, nel Sud del Libano è in corso un “domicidio di massa”. Accanto ai crateri lasciati dai bombardamenti, avanzano mezzi pesanti con il compito di condurre demolizioni sistematiche e operazioni di sgombero. È una trasformazione che molti osservatori descrivono con un termine che sta guadagnando sempre più terreno per descrivere situazioni come questa: domicidio, ovvero la distruzione deliberata della casa intesa non solo come struttura fisica, ma come pilastro dell'identità e dell'appartenenza di un popolo. La logica della terra di nessuno Le operazioni dell’esercito israeliano lungo la “Blue Line” sembrano aver superato la logica del solo colpo mirato contro le infrastrutture militari di Hezbollah. Le immagini satellitari e i video circolati sui social media documentano un processo più sistematico di modifica del territorio, fatto di abbattimenti controllati e spianamenti di vaste aree. Località come Aita al-Shaab, Mays al-Jabal, Muhaybib e Naqoura risultano in larga parte devastate. Sebbene l'obiettivo dichiarato sia quello di garantire la sicurezza del nord di Israele eliminando minacce a ridosso del confine, l'effetto sul campo è la progressiva cancellazione di interi centri abitati. Sul piano del diritto internazionale, questa dinamica solleva interrogativi urgenti: quando la distruzione di beni civili diventa la norma piuttosto che l'eccezione, i principi di proporzionalità e distinzione tra obiettivi militari e civili appaiono drammaticamente compromessi. Distruzione materiale e danno ambientale I rapporti di Amnesty International delineano un quadro estremamente grave. Ad Aita al-Shaab, per esempio, una quota altissima delle strutture civili è stata rasa al suolo. Inoltre le operazioni di demolizione non si limitano alle abitazioni, ma anche a cisterne d’acqua, reti elettriche e scuole. Alla devastazione urbana si somma un impatto ambientale a lungo termine. L’uso di fosforo bianco e gli incendi hanno colpito in modo critico gli uliveti secolari e le aree agricole, cuore dell’economia locale. In questo senso, molti esperti parlano non solo di danno collaterale, ma di una forma di ecocidio: un colpo profondo all’ecosistema che recide il legame vitale tra la popolazione e la propria terra. Due nazioni, due pesi differenti Il governo libanese, pur in una condizione di estrema fragilità politica ed economica, denuncia queste operazioni come una violazione della sovranità nazionale e un atto che indebolisce ulteriormente le istituzioni statali. Parallelamente, nel dibattito pubblico cresce il sentimento del doppio standard internazionale. Si diffonde la percezione che la comunità globale non applichi lo stesso rigore nel condannare le distruzioni urbane in Libano rispetto a quanto avviene in altri contesti, basta pensare alla guerra in Ucraina. Questa asimmetria nella risposta diplomatica non solo alimenta rabbia locale, ma mina la fiducia nelle istituzioni internazionali, con potenziali ripercussioni sulla stabilità futura dell’intera regione. Una ferita che resta aperta Il termine "domicidio" descrive una ferita che va oltre la dimensione bellica. Quando si distrugge sistematicamente un villaggio di confine, non si neutralizza solo una potenziale minaccia operativa; si interrompe un legame umano e sociale con il territorio. Nel Sud del Libano, la distruzione riguarda il futuro stesso delle comunità.

  • Oltre diecimila api rimosse da un oratorio di Roma a pochi passi dal parco della Caffarella: avevano già punto due persone

    Crediti foto: Il Giornale della Mattina Oltre diecimila api rimosse dal tetto del teatro dell' oratorio di San Giuda Taddeo a Roma a pochi passi dal parco della Caffarella: avevano già punto due persone. Sono state prontamente rimosse dal l'esperto di animali Andrea Lunerti è stato chiamato da un Parrocco monsignor Marco Ceccarelli preoccupato dalla presenza delle api e della sicurezza dei ragazzi che frequentavano il luogo ricreativo.

  • Smart City: Sogno o Prigione di Cristallo?

    Al giorno d’oggi diamo per scontata la velocità con cui una pagina web si carica o l'efficienza di una mappa che ci fa evitare il traffico. Ma dietro questa comodità si nasconde un’architettura invisibile che sta trasformando le nostre città in enormi banche dati. Internet of Things: il sistema nervoso delle città L’ “Internet of Things”, abbreviato “IoT”, è il sistema nervoso cittadino che collega infrastrutture critiche come semafori che fluidificano il traffico, reti elettriche che si autoregolano, sensori che monitorano la qualità dell'aria e sistemi che coordinano dati di polizia, sicurezza e trasporti. Sulla carta è il trionfo dell’efficienza. Tuttavia, questo crea un sistema tanto sicuro quanto invasivo, nel quale la città smette di essere un semplice insieme di strade e diventa un enorme database. Ogni nostra azione viene registrata, costruendo un nostro profilo digitale completo, pronto per essere comprato, venduto o rubato. Il Paradosso della Sorveglianza Totale Il fulcro del problema è il compromesso. Una Smart City può salvare vite rilevando un incidente in tempo reale, ma a quale prezzo? Il rischio è il passaggio dalla sicurezza pubblica al controllo comportamentale. Quanto valore hanno i dati che produciamo? La domanda che dobbiamo porci non è se la tecnologia sia “buona o cattiva”, ma chi gestisce le chiavi dei sistemi. Parliamo di giganti tecnologici che, grazie a questa immensa mole di informazioni, hanno costruito imperi economici che superano il PIL di intere nazioni. Ma cosa se ne fanno, concretamente, di tutto ciò che sanno su di noi? La risposta più immediata è che ci profilano. Le multinazionali non vendono quasi mai i nostri dati personali (nome, cognome o e-mail) a terzi: per loro sarebbe un pessimo affare cedere il proprio "tesoro" ai concorrenti. Piuttosto “vendono” le nostre abitudini, le nostre paure e i nostri desideri e li mettono a disposizione delle aziende inserzioniste. Quando un marchio vuole vendere un prodotto, non spara più nel mucchio: grazie agli algoritmi di queste piattaforme, può colpire con precisione chirurgica esattamente l'utente che, in quel preciso momento, è psicologicamente più propenso all'acquisto. Ogni volta che usufruiamo di un servizio “gratuito”, come il Wi-Fi pubblico, cediamo inconsapevolmente dati che alimentano un sistema spesso privo di etica, in quel momento, le nostre informazioni diventano dati preziosi che finiscono direttamente nei database di aziende pronte a rivendere le nostre abitudini di spostamento e consumo, con l’obbiettivo di guadagnarci. Siamo diventati strumenti di un sistema che non abbiamo scelto, ma che alimentiamo ogni secondo.

  • Nucleare: sì o no?

    E perché il no è sinonimo di fallacia logica? 26 aprile 1986, Nella solida Unione Sovietica avviene il disastro: all’01: 23 di notte scoppia la centrale nucleare di Chernobyl. Il mondo intero scoprirà dello scoppio due giorni più tardi, grazie al rilevamento di radioattività anomala in Svezia, dopo che l’Urss aveva cercato di occultare l'incidente. A distanza di 40 anni, tuttavia, continuiamo in maniera dogmatica a rifiutare il nucleare, che nel corso degli anni è diventato l'energia più sicura e che produce meno CO 2 , pur producendo diecimila volte di più rispetto ai combustibili fossili. Spaventati dal disastro di Chernobyl, l’8 e il 9 novembre 1987 gli italiani sono chiamati a votare per il referendum abrogativo: oltre alle solite domande riguardanti la magistratura, vengono posti tre quesiti riguardanti l’energia, di cui due sulle centrali elettronucleari. Naturalmente, la propaganda giornalistica, televisiva e politica ha spinto il popolo a votare per il Sì, ovvero per la dismissione delle centrali nucleari. Pur essendoci opposti fermamente al nucleare, continuiamo, dagli anni 70 a questa parte, a importare l'energia dalla Francia, il secondo paese in Europa per energia prodotta e il primo per energia elettronucleare prodotta. Nel 2024 abbiamo speso 2,01 miliardi di dollari per comprare l'energia dalla Francia; nel 2022 5,66 miliardi. La stessa Germania, che nel 2023 ha chiuso le sue centrali nucleari, sta pensando di tornare sulla via del nucleare: nel 2025, la CDU, ovvero il partito di centro-destra tedesco che vede come presidente Merz, vince le elezioni. Seppur sotto il governo Merkel la Cdu aveva appoggiato il piano di phase out nucleare, adesso ha cambiato idea, specie a seguito dell'aumento dei prezzi dell'energia, della produzione industriale in basso e la recessione economica. Fukushima e Chernobyl: cosa è successo davvero? I due più grandi disastri nucleari (che hanno comunque causato poche centinaia di vittime) sono due: Fukushima e Chernobyl. La stessa direttrice della Chernobyl Tissue Bank, Gerry Thomas, ha ammesso che spesso e volentieri il Chernobyl forum report viene citato male. Difatti, il CFR parla di casi di cancro, non di morte. Le due cose sono ben distinte: posso avere il cancro e sopravvivere e morire di altro, non per forza a causa del cancro. Per quanto riguarda Fukushima, i report ufficiali dell’Onu parlano di 0 vittime. Secondo molti l'acqua di Fukushima sarebbe pericolosa: falso. Tramite un metodo avanzato di filtraggio gli elementi pericolosi sono stati tolti dalle acque di Fukushima; l'unico elemento che non è stato tolto è il Trizio, presente in tutti i mari del mondo. Nucleare in Italia? Magari! L'alleanza del centrodestra aveva parlato, prima delle elezioni del 2022, della possibilità di costruire nuove centrali nucleari nella penisola; tuttavia, questa è stata oggettivamente una scelta propagandistica, fatta per prendere i voti dei Nimby, ovvero coloro che si oppongono alla realizzazione di opere pubbliche con un importante impatto sul territorio ma che sono indispensabili, come le pale eoliche o le centrali a biomasse. Stessi nimby che si oppongono alle centrali nucleari a seguito di eventi come Chernobyl e Fukushima. Ma quindi, in Italia tornerà il nucleare? Sono diversi i partiti politici, oltre al centrodestra, che sono favorevoli alla reintroduzione dell'energia nucleare, come il terzo polo (Azione-Italia Viva). Tutti gli altri partiti, come il movimento cinque stelle, il pd e alleanza verdi sinistra si oppongono fermamente alla reintroduzione dell'energia nucleare, considerando sufficienti le energie rinnovabili (cosa falsa). E le scorie? Da quando esiste il nucleare, le scorie prodotte sono circa un campo da football riempito per tre metri in altezza. Una lattina di coca cola a testa per ogni persona. Nessun'altra energia produce così pochi rifiuti. Tra l'altro, le scorie ad alta attività vengono tenute in cask resistenti a treni merci e impatti con aerei. Infatti, la maggior parte delle persone immagina le scorie delle centrali nucleari come barili gialli con liquidi verdi fluorescenti che appena li tocchi ti carbonizzano; in realtà, le scorie a bassa attività vengono messe in dei barili, che si comprimono per essere messe in altri barili per poi ricoprirli col cemento. Molte di queste scorie vengono anche dall'industria medica, non solo nucleare. Quelle ad alta attività vengono inserite in degli edifici appositi dove ci si può anche camminare sopra, e, attraverso dei contatori Geiger, si può verificare che le radiazioni sono 0. Ma quindi il nucleare è l'energia più pulita? Sì, anche delle rinnovabili

  • Si grida al patriarca bloccato, si tace sulla strage di bambini

    GERUSALEMME: La Città Santa, oggi segnata dai detriti dei missili balistici iraniani e dal suono incessante delle sirene, è al centro di un delicato caso diplomatico. Il blocco dell’accesso alla Basilica del Santo Sepolcro imposto al Patriarca Latino, il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, ha innescato proteste ufficiali da parte della Santa Sede e si grida al patriarca si tace sulla strage di bambini del Governo italiano. Tuttavia, dietro le tensioni formali si intravede una realtà più complessa: una Gerusalemme in cui le misure di sicurezza non fanno distinzioni di fede. Una città blindata Da inizio marzo 2026; in seguito all’inasprimento del conflitto con l’Iran, la Città Vecchia è diventata una “zona rossa” sotto il rigido controllo del Comando del Fronte Interno israeliano. I luoghi di culto sono stati chiusi e gli assembramenti limitati a un massimo di 50 persone, a condizione che vi sia un rifugio antiaereo nelle immediate vicinanze. Queste restrizioni colpiscono indistintamente ogni comunità: la Moschea di Al-Aqsa è rimasta deserta anche durante la preghiera del venerdì, le sinagoghe prive di protezione sono state serrate e il Muro del Pianto, solitamente gremito, è ora sorvegliato solo dai droni dell’IDF. L’incidente del 29 marzo Il caso Pizzaballa nasce proprio dal corto circuito tra esigenze religiose e priorità militari. Nonostante il Patriarca e il Custode del Santo Sepolcro, padre Francesco Ielpo, si fossero presentati in forma privata, le forze di polizia hanno impedito loro l’ingresso. La ragione è puramente tecnica: l’intera area del Santo Sepolcro è stata dichiarata “Zona militare chiusa”. In un contesto in cui i detriti dei missili hanno già colpito tetti e cortili della Città Vecchia, la tutela delle vite umane e l'integrità dei siti storici hanno assunto la priorità assoluta, scavalcando consuetudini religiose e prerogative diplomatiche. Il paradosso diplomatico Da un lato, la Santa Sede e diversi Paesi europei denunciano la violazione dello “Status Quo”. Dall’altro, le autorità israeliane difendono una linea di rigore totale. Mentre le istituzioni si mobilitano per l'incidente che ha coinvolto l'autorità religiosa, l’opinione pubblica appare divisa: molti sottolineano la sproporzione tra l’attenzione riservata a questo singolo episodio e la gravità della crisi umanitaria che colpisce la popolazione civile in Palestina. In una Gerusalemme dove il conflitto non risparmia alcun simbolo, la sicurezza sembra essere diventata l’unica legge universale, indipendentemente dall’identità o dall’appartenenza religiosa

  • Terminata da poco la via crucis al Colosseo

    Terminata da poco la tradizionale Via Crucis del Papa al Colosseo, la prima per Papa Leone XIV che ha tenuto in mano la croce durante la commemorazione a differenza degli scorsi anni dove Papa Francesco, troppo debole per portarla, delegava qualcun'altro. Immagine generata con l'IA

  • Si dimette Gravina dopo l'eliminazione dai mondiali

    Si è dimesso Gabriele Gravina da presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio a seguito della terza mancata qualificazione al mondiale di calcio maschile. Le elezioni per il successore il 22 giugno

  • L' uomo torna ad orbitare attorno alla luna: lanciato Artemis II

    Lanciato adesso (00:36 ora italiana) Artemis II, il razzo diretto verso il nostro satellite naturale. La sua missione è rimanere in orbita della luna per studiarla in vista dell'allunaggio del 2028. A bordo del razzo 3 statunitensi e un canadese

bottom of page